di Giovanbattista Pitoni
Presentazione di Prof. Ugo Vignuzzi
Giovanbattista Pitoni, da appassionato cultore del suo dialetto, qual'è, non è nuovo a imprese di questo tipo: già una trentina di anni fa, infatti, aveva pubblicato La Bocaletta (Roma,edizione Della Torre), un'antologia della letteratura dialettale avezzanese, tanto in versi quanto in prosa, nella quale erano raccolti testi di otto autori, da Antonio Iatosti, nato nel 1877 e sindaco di Avezzano, Gina(Luisa Maria Dolores) Sebastiani nata nel 1883 e Gaetano Peluso nato nel 1892, fino a Renato Castellani, la più giovane presenza dell'antologia essendo nato nel 1944, e allo stesso Pitoni nato nel '42. Una raccolta che, già nella sola stretta cronologia degli autori, denotava la volontà di riunire i documenti più significativi di un dialetto e di una tradizione culturale che già all'epoca si sentiva minacciata. "...i vecchi avezzanesi silenziosamente se ne vanno e con loro scompare quel poco di genuino, di autentico, rimasto nella tradizione e nel folklore della nostra città(...) la vecchia Avezzano, quella di Carrafone, di Crillitte, di Cachine, di Fumone, del Mute Coccione, di 'Nfanfaramea, del Pinghe e di Scaccone è quasi scomparsa"
Non a caso il volumetto era completato, meritoriamente, da un glossario del dialetto avezzanese, da una raccolta di soprannomi e di toponimi e ancora dai testi di Giulio Lucci; c'erano una decina di pagine dedicate anche ai proverbi, sotto il significativo titolo di "Je nònne de pàtreme dicéva...". Su tutto, come era richiamato esplicitamente nella premessa citata, incombeva il dramma del terremoto, con le sue devastanti conseguenze anche linguistiche: del più anziano fra gli autori novecenteschi, Antonio Pitoni nato nel 1906, si diceva che era "uno dei pochi superstiti del terremoto" (così come lo era anche Gaetano Peluso). E insieme una volontà di continuità con le "nuove" voci, quelle post-terremoto (a cui oltre ai già indicati veniva aggiunto Antonio Spadafora).
E' importante sottolineare che lo strumento cui veniva affidato il recupero della memoria storica della comunità era quello dialettale: il dialetto come supporto e insieme come contenitore dei saperi collettivi, di quella cultura del "natio loco" che ci fa coscienti di una comune appartenenza, di condividere cioè quei fatti, quelle tradizioni, quelle discendenze, quei modi di essere, quelle abitudini, quei gusti e perfino quelle idiosincrasie che costituiscono la base della nostra "identità" al di là del mutare dei tempi e dei luoghi.
A distanza di un trentennio Giovanbattista Pitoni si propone gli stessi obiettivi, ma in una chiave rivisitata nelle forme, se non nei contenuti. Questa volta il genere letterario prescelto, anzi tecnicamente il "mezzo"(medium) impiegato, non è quello della scrittura, bensì quello complesso tra scritto, rappresentato e poi stampato, del recitato teatrale: una commedia tutta sua sull'Avezzano "de 'na 'òta", prima messa in scena con grande successo di pubblico e di critica presso un luogo "deputato" della città, il Castello Orsini, e ora finalmente data alle stampe.La rappresentazione teatrale infatti ha, rispetto al puro e semplice testo scritto, il vantaggio dell'immediatezza che, quando riguarda la ricostruzione di situazioni e momenti ormai definitivamente trascorsi, permette un recuperto globale, coinvolgente, vivo, che prende lo spettatore e lo trasporta di peso nel mondo che si vuole ricordare (e anche quando viene soltanto letto, il testo teatrale presuppone comunque una fruizione del genere che fa pur sempre del lettore un compartecipante all'azione scenica). E questo è ancora più vero quando si tratta di momenti del nostro passato prossimo, in cui la memoria si fonde con i suoi portatori, coloro i quali l'hanno trasmessa sino a noi, in famiglia o per la strada, i nonni, gli "zii", gli anziani: anzi la memoria sono proprio i loro racconti, le loro parole, le espressioni dialettali del loro tempo.
Quindi nella dimensione teatrale, tradizioni, personaggi, fatti, cultura, saperi e dialetti locali si fondono in un tutto unico a riproporci dal vivo le nostre radici: non solo per gli spettatori avezzanesi ( ed ora per i lettori ) per i quali i fatti e i modi della narrazione costituiscono una precisa eredità culturale, ma, in un paese come il nostro, che bene è stato definito "l'Italia delle Italie", frutto di feconde dinamiche storiche tra identità comune e spirito di campanile, tale riproposizione ci coinvolge tutti nella coscienza di questo patrimonio comune che è quello che ci fa italiani. E' un reale merito per Giovanbattista Pitoni l'essersi reso conto di tutto ciò, traendone le conseguenze: non solo già nella premessa egli sottolinea che "i fatti narrati sono tutti veramente accaduti", ma poi dedica un'ampia parte finale proprio alla scrupolosa documentazione dei fatti, circostanze, personaggi e luoghi rappresentati, tutti di quella "Avezzano della memoria", cancellata "alle ore 7,53 della tragica mattina del 13 gennaio 1915": in particolare i "luoghi deputati" da cui traggono nome i tre atti della commedia (anzi il primo diventa anche il titolo complessivo di essa). "Je fùrne de Zefferìne", "La farmacìa de Dón Fetèle", "La piazza de San Bartolommè".
Ma non basta: come avverte l'autore, la sua intenzione è stata "quella di divertire, e, nello stesso tempo, di riportare all'attenzione degli avezzanesi momenti di vita inizio secolo con l'uso del linguaggio popolare crudo e realista, senza ipocriti veli o pudiche omissioni"; cioè la riproposizione del dialetto tradizionale così come lo ricordavano (e forse qualcuno ancora lo ricorda ) i superstiti delle generazioni pre-terremoto. Parecchie pagine della "parte finale" contengono poi un utilissimo glossario dal dialetto all'italiano che non serve solo a favorire una più adeguata comprensione del testo, ma è realmente in funzione di quel discorso del recupero della tradizione di cui si parlava.
In definitiva un'opera che non solo ci serve a ricordare il passato, ma che, mentre ce lo ripropone, ci diverte anche con personaggi che hanno tutta la freschezza della quotidianità come, ad esempio, Giacinta Ziriona che non solo rappresenta la cosiddetta "gazzetta" del paese ma che, con accortezza e ottima resa scenica, è fatta parlare continuamente per proverbi e modi di dire: proprio come avveniva spesso nelle nostre comunità di un tempo.
Per concludere dobbiamo essere grati a Giovanbattista Pitoni per questa sua fatica, auspicando che, dopo il successo del palcoscenico, abbia quel successo che merita sopratuttoi fra quel pubblico cui dovrebbe essere elettivamente destinata, quello dei giovani ( e la scuola dovrebbe farsene carico ) .